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PRO LOCO

AVIGLIANO

 

Avigliano

Note geografiche

 

Avigliano è ubicata alle pendici del Monte Carmine, a 918 m.s.l.m. e dista da Potenza circa 16 km. Il comune conta 12.021 abitanti (censimento 2001) ed ha una superficie di 84,93 kmq.

Fino al 1951 il territorio era molto più esteso (155,71 kmq), e comprendeva oltre un centinaio di villaggi che, dopo l’elevazione della frazione di Filiano a comune autonomo, si sono ridotti ad una settantina tra cui spiccano i grossi nuclei di Lagopesole, Possidente, S. Angelo e Frusci. Comprendendo complessivamente il 47% dell’intera popolazione comunale.

Il territorio è prevalentemente montuoso, culminando con i 1236 m del Monte Caruso ed i 1228 del Monte Carmine, alle cui pendici, sul versante settentrionale, nasce il fiume Bradano.

La parte Nord-Orientale del territorio è attraversata dalla Ferrovia dello Stato collegante Potenza con Foggia, mentre il centro urbano, posto sul margine meridionale, è collegato con Potenza e con Bari tramite la Ferrovia Appulo Lucana. Buona è la rete stradale, notevolmente potenziata e migliorata nell’ultimo ventennio.

L’economia comunale si basa sull’agricoltura, sulla piccola industria e sull’artigianato. L’attività più importante è sicuramente individuabile nel terziario e nel settore impiegatizio, che ha tratto enormi vantaggi dalla vicinanza con Potenza, capoluogo regionale. Negli ultimi anni si sta cercando di far decollare anche il settore turistico, soprattutto in seguito al restauro del castello di Lagopesole, una delle massime emergenze monumentali dell’intera Basilicata, ed alla realizzazione di strutture ricettive annesse al Santuario della Madonna del Carmine.

 

Pro Loco Avigliano - Corso Gianturco, 42 85021 Avigliano Pz

©ildiaframma 2014

Note storiche

 

La presenza dell’uomo nel territorio aviglianese è attestata sin dal Mesolitico, come testimoniano le pitture parietali rinvenute in una grotta alla località Tuppo dei Sassi, nell’attuale comune di Filiano.

Dopo la conquista romana della Lucania, l’agro di Avigliano è solcato dalla via Erculea, nel tratto collegante Venosa con Potenza. Allo stesso periodo risalirebbe il primo insediamento umano nel sito ove attualmente sorge il centro urbano, documentato da ritrovamenti ottocenteschi nelle fondamenta della Chiesa Madre, con riferimenti epigrafici alla famiglia Villianae (presente anche alla località S. Giovanni di Ruoti) da cui, vari secoli dopo, trasse origine il borgo di Avilianum.

Durante il Medioevo Avigliano riveste scarsa importanza strategica ed economica, ed è tassato nel 1277 per appena 16 fuochi (famiglie). Nello stesso periodo i casali di Lagopesole, Montemarcone e Agromonte (oggi ricadenti nei confini comunali di Avigliano e Filiano) godono di una certa considerazione da parte dei sovrani normanno-svevi ed angioini, beneficiando spesso di agevolazioni fiscali.

Già durante l’ultima fase della dominazione angioina, detti casali si erano spopolati, costituendo, nel loro assieme, il feudo disabitato di Lagopesole, assegnato nel 1416 a Sergianni Caracciolo dalla regina Giovanna II d’Angiò, entrando così a far parte della contea di Melfi. Qualche anno dopo il Caracciolo ebbe anche Avigliano, che nel frattempo faceva invece registrare un certo progresso economico e demografico, che andò sempre più accentuandosi soprattutto nel corso del ‘500.

Col nuovo cambio di dinastia sul trono di Napoli, Carlo V di Spagna concede nel 1531 all’ammiraglio Andrea Doria lo stato di Melfi, ridotto ai soli feudi di Melfi, Forenza, Candela e Lagopesole.

Dopo vari passaggi da un feudatario all’altro, tra cui vanno ricordati soprattutto gli Zunica e gli Arcella, nel 1549 la terra di Avigliano viene acquistata da un altro ramo dei Caracciolo, che la terrà fino al 1610. Perviene poi in possesso dei Doria (1612) rientrando nuovamente nelle pertinenze dello stato di Melfi.

Già verso la metà del ‘500 gli aviglianesi, incentivati dai Doria, danno inizio alla colonizzazione del vasto feudo di Lagopesole, il quale, specie nei secoli successivi, vedrà ridursi notevolmente le superfici boschive del suo territorio a vantaggio di una miriade di campi coltivati, punteggiati da centinaia di capanne e piccole case rurali, tra cui emergono alcune grandi masserie, appartenenti a ricche famiglie borghesi come i Corbo, i Gagliardi, i Sarnelli, i Vaccaro ed altre.

Tale situazione di benessere favorisce lo sviluppo demografico con la conseguente espansione del centro abitato. I circa 700 abitanti degli inizi del XVI secolo diventano 3.900 nel 1655 e oltre 7.000 nel 1753. Al borgo medievale, insistente tra il Castello e la chiesa di S. Giovanni, si aggiungono i nuovi quartieri della Piazza, del Poggio, del Serritiello, della Lavanga e dell’Annunziata.

In essi sorgono alcune importanti emergenze architettoniche come il convento dei Padri Domenicani, il convento delle Monache di S. Giuseppe, il monastero di S. Maria degli Angeli ed i palazzi delle famiglie emergenti, specie quelli dei Sarnelli e dei Gagliardi.

Il processo evolutivo continua durante tutta la seconda metà del ‘700, epoca in cui si intensificano i contatti con la città di Napoli, ove svolgevano l’apprendistato i giovani artigiani aviglianesi, e gli studi universitari i rampolli delle famiglie benestanti. I contatti con l’ambiente “illuminato” napoletano vengono poi importati nella patria di origine, alimentando una concezione della vita e della politica che porterà gli aviglianesi, sotto la guida di Nicola Palomba, dei fratelli Vaccaro, dei Corbo e dei Gagliardi ad assumere la guida dell’intero movimento giacobino nell’ambito della rivoluzione del 1799.

Intanto Avigliano nel 1783 ha acquisito per volere dei suoi cittadini il titolo di città e dieci anni dopo, con 9.228 abitanti, è seconda per numero solo a Matera, capoluogo della Basilicata.

Con l’arrivo dei Francesi nel Regno di Napoli (1806) vengono messi in pratica i principi fondamentali della Rivoluzione Francese, ad iniziare dall’abolizione del feudalesimo. Diventa pertanto inammissibile l’esistenza dei feudi disabitati, i quali devono necessariamente essere inglobati in circoscrizioni abitate. È questa la logica che porta all’unione del vasto feudo di Lagopesole, interamente colonizzato dagli aviglianesi, col territorio comunale di Avigliano. Intanto il governo francese trasferisce il capoluogo della Basilicata da Matera a Potenza con conseguenti benefici anche per Avigliano, che si evidenziano soprattutto col miglioramento della rete viaria e con l’istituzione nei locali dell’ex convento domenicano del Real Collegio, voluto nel 1808 da Gioacchino Murat. Questi, nel 1811 dispone la redazione di una statistica dettagliata per tutto il Regno, affidando il coordinamento delle relazioni per la Basilicata all’aviglianese Giulio Corbo.

Dalla Statistica emergono le reali condizioni socio-economiche di Avigliano, basate principalmente sull’agricoltura. I contadini aviglianesi coltivano 4.600 ettari di terreno all’interno del proprio comune ed altri 4.000 nei territori di Potenza, Vaglio, Pietragalla, Atella, San Fele, Bella e Ruoti, con una forza lavoro di 4.000 individui coadiuvata da 600 buoi aratori. Ma il dato davvero rilevante della Statistica è costituito dalle attività manifatturiere aviglianesi. Manifatture tessili in lino e canapa, l’utensileria in legno (botti, barili, ecc.), il mobilio, i coltelli ornati in ottone ed argento il settore della sartoria e dei cappelli sono alla base della produzione artigianale destinata tanto al fabbisogno locale quanto all’esportazione in altri centri lucani e di altre province limitrofe.

Durante il periodo della restaurazione borbonica (1815-1860) Avigliano continua ad ingrandirsi divenendo sin dagli anni ‘30 il centro più popoloso della regione.

Molti sono gli interventi nel campo edilizio ed urbanistico. Tra questi occorre segnalare la ricostruzione della Chiesa Madre protrattasi per oltre un ventennio e la costruzione del cimitero (1840). Nel 1851 viene istituito, nell’ex convento domenicano, l’Ospizio della Madonna della Pace, destinato ad ospitare gli orfani dell’intera Basilicata.

Intanto nei numerosi insediamenti rurali risiedeva ormai stabilmente circa un terzo dell’intera popolazione, ed alcuni di essi avevano raggiunto la consistenza di vere e proprie frazioni. È il caso di Filiano, che intorno al 1850, già contava circa 400 abitanti.

Queste famiglie conservavano comunque nel centro cittadino il possesso di piccoli immobili, utilizzati in occasioni particolari come le fiere, le feste patronali, i funerali, i matrimoni ed ogni qualvolta occorreva rifornirsi presso gli artigiani di attrezzi agricoli e finiture per cavalcature e bestie da soma.

Dopo il fallimento dei moti rivoluzionari del 1820-21 e del 1848, era sorta in Basilicata l’Associazione Mazziniana dell’unità italiana, che contribuì al rovesciamento del regime borbonico, proclamando l’unità nazionale nel 1860.

I primi anni dell’unità nazionale furono caratterizzati nell’Italia meridionale, ed in particolare in Basilicata, dal fenomeno del brigantaggio. La sua origine è riconducibile alle gravissime condizioni di arretratezza delle popolazioni rurali, le quali, in preda alla disperazione, esplosero con violenza contro il nuovo governo, ritenuto, spesso a ragione, di invasione, ma anche contro le vecchie e nuove classi dirigenti, quasi sempre legate all’alta borghesia terriera.

Il territorio aviglianese, ed in particolare il bosco di Lagopesole, divenne il regno incontrastato delle bande di Carmine Crocco e del suo luogotenente, l’aviglianese Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco Nanco, ucciso a tradimento dopo essersi arreso alla guardia nazionale il 13 marzo 1864.

Nell’ultimo trentennio dell’Ottocento vengono intraprese ad Avigliano importanti iniziative aventi come obiettivo l’associazionismo mutualistico, la pubblica istruzione e l’assistenza agli anziani. Sorgono pertanto la Società Operaia di Mutuo Soccorso, fondata nel 1874, la scuola tecnica e pratica di agricoltura dell’Ospizio della Pace (1876), la scuola di disegno (1897), la Casa di Riposo (1898).

Nel 1897 viene inaugurata la linea ferroviaria Foggia-Potenza attraversante il territorio aviglianese in direzione Nord-Sud, con grossi vantaggi per la popolazione residente nelle frazioni. Ciò nonostante, Avigliano, come l’intero Meridione, non riesce a sottrarsi alla piaga dell’emigrazione verso le Americhe, vedendo partire nel solo trentennio 1884-1913 ben 8.845 suoi cittadini. Molti di essi si affermarono negli U.S.A. come stimati artigiani e professionisti.

Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale il tributo pagato dagli aviglianesi fu pesantissimo. Su 4.060 combattenti ci furono 348 caduti, 142 invalidi e 2.120 feriti, ricordati con un monumento innalzato nella villa comunale nel 1929.

Con l’avvento del fascismo acquista maggiore rilevanza la posizione politico-istituzionale ed economica di Potenza. Attratte dalle molteplici possibilità di lavoro createsi nel capoluogo, molte famiglie si trasferirono da Avigliano, col conseguente spopolamento della cittadina. Basti pensare che Avigliano passa dai 20.035 abitanti del 1921 ai 14.297 del 1931, mentre Potenza, al contrario, da 18.257 abitanti nel 1921 sale a 21.830 nel 1931.

Il calo demografico era dovuto però anche ad altre conseguenze, prima fra tutte la nuova colonizzazione che spinse i contadini aviglianesi in tutta l’alta Valle del Basento, ampliando quella che gli studiosi hanno definito “Nazione aviglianese”, termine con cui viene inteso l’insieme dei contadini di Avigliano sparsi nei territori compresi tra il Vulture ed il Basento.

Negli anni ‘30 vengono portate a termine grandi opere pubbliche come la Ferrovia F.C.L. (1930) collegante il centro cittadino di Avigliano con Potenza e Bari, il Riformatorio Giudiziario, l’edificio per le Scuole Elementari, il prosciugamento del lago di Lagopesole.

All’indomani della caduta del fascismo (1943) le leghe contadine occuparono le terre boscose, rivendicando l’esercizio dei diritti civici. Ma solo nel corso degli anni ‘50, con l’intervento della Riforma Fondiaria, furono creati tanti piccoli poderi, assegnati alla popolazione rurale.

Nel frattempo le grandi trasformazioni sociali iniziarono a farsi sentire anche sulla tradizionale economia rurale ed artigiana. L’industria, e soprattutto il terziario, si sostituirono rapidamente alla gloriosa civiltà contadina e manifatturiera aviglianese, presente oggi solo nella memoria storica e nel settore dell’artigianato artistico.

Anche l’unità di Avigliano cessa di esistere allorquando, nel 1951, viene costituito il nuovo comune di Filiano.